giovedì 30 agosto 2007

Quei Bulli di Genitori

Massimo Gramellini su La Stampa

Quando portavo a casa un brutto voto, poteva succedere che mio padre mi rifilasse un ceffone. Era un genitore all'antica: quelli moderni i ceffoni li danno al professore. I veri bulli sono loro. Tendono agguati ai presidi, prendono a testate gli insegnanti, minacciano di morte l'arbitro che ha annullato un gol alla squadretta di periferia in cui milita il pupo. Non si comportano da padri e madri, ma da fratelli maggiori. Mossi dall'unica preoccupazione di difendere l'onore della famiglia, oltraggiato dai giudizi di un estraneo al quale non si riconosce più alcuna autorità.
Il codice a cui si ispirano è composto da un unico articolo: mio figlio ha sempre ragione. Se va male a scuola, la colpa è dei professori che non ne sanno esaltare il talento. Se la ragazzina lo fa soffrire, la colpa è di quella poco di buono e dei suoi genitori, che l'hanno tirata su così male. Se prende una multa in motorino, la colpa è del vigile che non ha multato anche il motorino del suo amico. E se alla partita di basket siede mestamente in panchina, la colpa è dell'allenatore che lo discrimina, preferendogli uno molto più scarso. La tendenza a considerare la prole un prolungamento vittimista del proprio ego era già assai sviluppata in passato. Ciò che le impediva di trasformarsi in violenza era il rispetto sacro del proprio ruolo e di quelli altrui. Una mamma convocata a scuola per discutere le attitudini manesche della figliola mai si sarebbe sognata di prendere a botte la preside, come invece è successo qualche giorno fa.
Non perché la preside avesse necessariamente ragione. Ma perché era la preside. E fare il genitore sovversivo veniva ancora considerata una contraddizione in termini, essendo il genitore l'archetipo di qualsiasi istituzione umana. Adesso si ragiona come nei clan e ogni critica ai figli e al modo di educarli viene vissuta come un'umiliazione da lavare col sangue. Non che ci si senta più responsabili di prima nei loro confronti. Ma non si è disposti a concedere ad altri il diritto di prendere una decisione che li faccia soffrire.

mercoledì 29 agosto 2007

C'era una volta...

Walter Bucci nell'introduzione de "L'educazione delle capacità motorie nel Minibasket: mezzi e metodi"

“Mamma voglio andare a giocare a basket”
Il volto di mia madre esprimeva tutta la sua incertezza su cosa fosse questo “basket”. E così, con una frase pronunciata come fosse uno dei desideri della lampada di Aladino, è iniziata la mia avventura nel mondo della palla a spicchi.
Perché il basket? Perché ho scelto questo sport e non un altro? Perché volevo far girare la palla su di un dito. Io adoravo far girare la palla sul mio dito indice come, in una vecchia reclame pubblicitaria di caramelle gommose, faceva un giocatore di basket. Quest’uomo nero altissimo, con tanto di capelli cotonati, faceva alcuni palleggi per poi terminare la sua evoluzione con la palla che girava sul dito indice, davanti agli occhi di un bambino dallo sguardo furbo che tendendogli una caramella diceva spavaldo: “mmm… sei bravo, ma riesci a mangiare una Fruit Joy senza masticarla?”.
E’ fantastico come l’approccio dei bambini ad uno sport sia l’attrazione per un particolare magari visto alla TV, che poco centra con lo sport in essere.

Il primo ricordo che ho delle mie lezioni di minibasket risalgono a due episodi accaduti in palestra in due contesti differenti: la lezione di minibasket in palestra con l’istruttore e a scuola con la maestra. Sicuramente due figure che hanno suscitato inconsciamente in me diverse aspettative per la mia attività futura. La memoria delle lezioni di Minibasket vanno a quella volta in cui l’istruttore durante un’interruzione nella partita di fine allenamento, per spiegare cosa stesse accadendo, io mi persi nei movimenti dei miei compagni. Tutto ad un tratto mi arrivò una pallonata in pieno volto. D’istinto mi voltai per vedere chi l’avesse tirata. E giratomi, i miei occhi colmi di lacrime, incontrarono lo sguardo dell’istruttore che disse: “Mille punti!”. Avevo ricevuto in faccia la palla perché ero distratto.
Il secondo episodio invece mi riporta alle lezioni di ginnastica dove la maestra durante una lezione ci mise a sedere sulla linea del tiro libero e chiamando un mio compagno disse: “Salvatore, tu che vai a lezione di basket facci vedere come bisogna tirare”. Tutti i miei compagni iniziarono a inneggiare: “Sal-va-to-re, Sal-va-to-re”. Il mio compagno si alzò, gonfio di orgoglio per le parole della maestra, prese la palla e tirò. Provò due o tre volte, ma non riuscì mai a fare canestro. Venne poi il mio turno, e anche io andavo a lezione di “basket”, ma la maestra probabilmente non lo sapeva, presi la palla e al primo tentativo feci canestro. Tornai a sedere con l’espressione del volto soddisfatta tutto gongolante tra gli “oooh” dei miei compagni.
Due episodi veramente memorabili.

Certo è, che da allora di tempo ne è passato ed io da semplice bambino frequentante i corsi di Minibasket sono passato dall’altra parte, diventando istruttore. Nel corso degli anni da giocatore ho pensato molto a cosa avrei fatto l’indomani nel mondo della palla a spicchi. Fin da subito mi dissi, se devo iniziare ad insegnare qualcosa voglio partire dall’entusiasmo con cui ho iniziato io, il giorno che inizierò ad allenare voglio diventare istruttore di Minibasket per trasmettere ciò che ho provato e provo io ogni volta che la palla mi gira sul dito indice.
Strada facendo mi sono accorto che i bambini hanno veramente entusiasmo da vendere, tuttavia rispetto a quando ero piccolo io, sono più statici, preferiscono la poltrona al cortile o al giardino, insomma sono il prodotto della generazione della Playstation.
E fare l’istruttore è tutt’altro che un semplice “far giocare” o “far divertire” i bambini che vengono in palestra, le lezioni devono mirare a far crescere i bambini dal punto di vista motorio, educarli a crescere motoriamente parlando. E allora la domanda che mi sono posto è: come fare per educare i bambini a migliorare le loro capacità motorie senza far diventare le lezioni al pari di una conferenza sulla fisica quantistica?
Una vera risposta non c’è, o meglio non ne esiste una sola. Da parte mia ho provato a darne una interpretazione personale, contagiata dalle molte cose che ho letto e dalle persone che ho incontrato e con cui ho scambiato pareri e opinioni, alle volte concordi e alle volte no, ma si sa, in uno scambio di idee le discussioni più fruttifere sono quelle dove si mette in discussione il proprio operato e le proprie convinzioni. Perché solo analizzando il proprio operato attraverso le critiche o le lodi di terze persone si può tentare di migliorare sempre di più il proprio lavoro.