Tratto da Gazzetta dello Sport (26 ottobre, 2007) articolo di Mabel Bocchi
Un problema per tanti bambini che fanno sport a tutti i livelli
L' incapacità di educare alla cultura della sconfitta porta a perdere nella vita
Partite giovanili: risse, bestemmie, offese gratuite, perenni conflitti tra arbitri e genitori con questi ultimi che non si rassegnano al ruolo di spettatori e che, addirittura, ripudiano quello di educatori. Il fenomeno dei genitori-tifosi, che spesso oltrepassano il limite della decenza, è in crescita esponenziale. Ma come mai? Una risposta la fornisce Annamaria Meterangelis, ex nazionale jr di basket, psicologa e docente di Psicobiologia dello sport a Cassino. «Tutti vogliono vincere e una sconfitta nello sport viene vissuta come se fosse una sconfitta nella vita. Ora vige la legge della prevaricazione, della prepotenza della conquista facile e, di fronte alla sconfitta, si vivono drammi esagerati». DISTURBI DI CRESCITA Molti genitori non riescono ad accettare che i loro figli si divertano, si confrontino correttamente e, perché no, perdano. Il partito dei genitori che vogliono la vittoria a tutti i costi è purtroppo prevalente e così ci ritroviamo in campo undicenni che, scimmiottando i campioni, inscenano simulazioni, insultano compagni, avversari e arbitri, provocano scontri. Ma le conseguenze di simili atteggiamenti non si limitano a questi siparietti più o meno squallidi. Famiglie e genitori «disturbati» produrranno bambini e poi adulti disadattati. E atleti incapaci di affrontare le ansie della gara e l' estrema aleatorietà che permea tutto il fatto sportivo. In poche parole, atleti perdenti. «È ormai accertato in psicologia che, per una crescita equilibrata, occorre avere interiorizzato la certezza dell' amore materno e una sana identificazione emulativa con l' immagine paterna. Viceversa eccessiva severità o permissività, rifiuto o alienazione esercitano un' incidenza negativa sulla personalità in evoluzione». LA CULTURA DELLA SCONFITTA Lo sport serve perché s' impara oltre che a vincere anche e soprattutto a perdere e vincere vuol dire impegnarsi al meglio, affrontare le difficoltà impreviste. «Una "sana" cultura della sconfitta ha dentro di sé alcuni valori formativi, poiché costituisce l' occasione per rielaborare "vissuti" esperienziali - precisa Meterangelis - con la consapevolezza che ci saranno altre occasioni per sperimentarsi. Lealtà, solidarietà, sacrificio, rispetto delle regole e dell' avversario, accettazione della sconfitta sono valori che stimolano e regolano il proprio comportamento, che insegnano a gestire emozioni ed affettività, che contribuiscono a migliorare la relazione con se stessi e con gli altri, aiutano la costruzione dell' autostima e conducono in modo naturale a una maturità consapevole ed equilibrata».
venerdì 2 novembre 2007
lunedì 29 ottobre 2007
Il Minibasket secondo me… ...e non solo.
Dialogo tra un Bambino e un Istruttore - Walter Bucci
Istruttore: “Bravo hai fatto bene il terzo tempo”
Bambino: “Sì ma non ho segnato”
I: “Non importa”
B: “Come non importa, l’obiettivo è vincere, e se non faccio canestro la mia squadra non può vincere”
I: “E’ qui che ti sbagli, l’obiettivo è divertirsi e imparare a giocare”
B: “Sì ma io non mi diverto se perdo!”
I:“Infatti io non ho detto che devi perdere, ma che prima bisogna imparare a giocare. Tu sai andare in bicicletta?”
B: “Sì”
I: “E quando hai imparato?”
B: “Quando avevo 5 anni”
I: “E quando sei salito sulla bicicletta la prima volta eri già capace?”
B: “Beh… No.”
I: “E come hai fatto?”
B: “All’inizio mio papà ha messo le ruotine dietro, così non potevo cadere, poi con il passare del tempo ha iniziato a sollevarle da terra, fino a che le ha tolte del tutto”
I: “E poi sapevi andare?”
B: “Beh… Sì”
I: “Senza mai cadere? Nemmeno una volta?”
B: “No, certo le prime volte senza ruotine cadevo di più, ma dopo molto meno”
I: “E cosa facevi quando cadevi?”
B: “All’inizio piangevo, poi ho imparato a rialzarmi senza piangere”
I: “E dopo esserti rialzato?”
B: “Riprendevo ad andare in bicicletta”
I: “Perché?”
B: “ Perché mi diverto ad andare in bicicletta”
I: “E adesso cadi ancora?”
B: “Qualche volta”
I: “Piangi ancora?”
B: “No, mi rialzo e riprendo a pedalare”
I: “Bene, adesso hai capito perché ti ho detto bravo anche se hai sbagliato il terzo tempo?”
B: “Forse…”
I: “Vedi l’istruttore Minibasket, ti insegna a giocare come le ruotine della bicicletta ti insegnavano a stare in equilibrio. Ti accompagna e poco a poco ti lascia andare per la tua strada, non ti dice cosa DEVI fare, ma ti aiuta a scoprirlo da solo. Io non sono qui per mostrarti la soluzione giusta, ma per gratificare le tue buone scelte. Adesso hai capito?”
B: “…”
I: “Ed ora dove vai di corsa?”
B: “A divertirmi: destro, sinistro… CANESTRO!"
Istruttore: “Bravo hai fatto bene il terzo tempo”
Bambino: “Sì ma non ho segnato”
I: “Non importa”
B: “Come non importa, l’obiettivo è vincere, e se non faccio canestro la mia squadra non può vincere”
I: “E’ qui che ti sbagli, l’obiettivo è divertirsi e imparare a giocare”
B: “Sì ma io non mi diverto se perdo!”
I:“Infatti io non ho detto che devi perdere, ma che prima bisogna imparare a giocare. Tu sai andare in bicicletta?”
B: “Sì”
I: “E quando hai imparato?”
B: “Quando avevo 5 anni”
I: “E quando sei salito sulla bicicletta la prima volta eri già capace?”
B: “Beh… No.”
I: “E come hai fatto?”
B: “All’inizio mio papà ha messo le ruotine dietro, così non potevo cadere, poi con il passare del tempo ha iniziato a sollevarle da terra, fino a che le ha tolte del tutto”
I: “E poi sapevi andare?”
B: “Beh… Sì”
I: “Senza mai cadere? Nemmeno una volta?”
B: “No, certo le prime volte senza ruotine cadevo di più, ma dopo molto meno”
I: “E cosa facevi quando cadevi?”
B: “All’inizio piangevo, poi ho imparato a rialzarmi senza piangere”
I: “E dopo esserti rialzato?”
B: “Riprendevo ad andare in bicicletta”
I: “Perché?”
B: “ Perché mi diverto ad andare in bicicletta”
I: “E adesso cadi ancora?”
B: “Qualche volta”
I: “Piangi ancora?”
B: “No, mi rialzo e riprendo a pedalare”
I: “Bene, adesso hai capito perché ti ho detto bravo anche se hai sbagliato il terzo tempo?”
B: “Forse…”
I: “Vedi l’istruttore Minibasket, ti insegna a giocare come le ruotine della bicicletta ti insegnavano a stare in equilibrio. Ti accompagna e poco a poco ti lascia andare per la tua strada, non ti dice cosa DEVI fare, ma ti aiuta a scoprirlo da solo. Io non sono qui per mostrarti la soluzione giusta, ma per gratificare le tue buone scelte. Adesso hai capito?”
B: “…”
I: “Ed ora dove vai di corsa?”
B: “A divertirmi: destro, sinistro… CANESTRO!"
lunedì 1 ottobre 2007
Cremonini: il Minibasket è un Gioco-Sport
di Carlo Passarello Fonte: http://www.realbasket.it
Abbiamo incontrato Maurizio Cremonini, il guru del minibasket italiano, responsabile nazionale del settore dal 2000. Un accento lombardo con venature che parrebbero romagnole accarezza le sue parole, sempre sicure e mosse dal vento della passione per questo sport. Parla liberamente con noi di RealBasket Sicilia.
Innanzi tutto, chi è Maurizio Cremonini?
“E’ un istruttore di minibasket che ha 35 anni di pallacanestro alle spalle. Sono partito, all’inverso rispetto ai più, dal basket senior, allenando prime squadre in serie B negli anni ’70-’80; per la prima volta, quando avevo 21 anni a Brescia, casa mia. Poi ho lavorato in settori giovanili di società della massima serie. Solo in un momento successiva mi sono dedicato in maniera esclusiva al minibasket. Come detto, è un percorso particolare e diverso dall’ordinario, solitamente si fa gavetta con i ragazzi per poi passare ai senior. Io invece mi dedico al minibasket facendo tesoro di un bagaglio articolato e variegato che ho accumulato negli anni.”
Quale identità e che caratteristiche dovrebbe avere il minibasket?
“Il minibasket nasce negli Stati Uniti e si diffonde in Italia negli anni ’60, tra l’altro il periodo in cui il piccolo Maurizio Cremonini si avvicina alla palla a spicchi. Nei primi anni il minibasket era considerato una “piccola pallacanestro”, con le sue stesse identiche caratteristiche. Solo con il tempo acquista una sua identità autonoma, ovvero quella di un gioco-sport in cui è il bambino ad essere protagonista. Si tratta di un percorso lento e progressivo non ancora ultimato che è estremamente difficile da assimilare.”
Troppo spesso si vede questo sport che tradisce i suoi principi, il bambino viene trasformato in uno strumento per un risultato. Per quali ragioni?
“Sono la cultura di sensibilità e attenzione verso i bambini ad essere fondamentali per fare un buon minibasket, e noi non sempre abbiamo questi due elementi. Il percorso è molto lungo ed è soprattutto di natura socio-culturale, però sono convinto si stia migliorando. Devo dire che negli altri paesi europei il minibasket come sport autonomo non esiste , ad eccezione della Spagna, però le altre nazioni possono contare sul ruolo fondamentale dell’educazione motoria. E’ un fattore molto importante che in Italia sottovalutiamo drammaticamente.”
Come nasce il rapporto di Maurizio Cremonini con la Federbasket?
“Inizio ad avere un rapporto il settore circa 15 anni fa, diventando collaboratore del prof. Mondoni, il cui approccio era molto articolato, condito da grande professionalità. Prendo poi il suo posto come responsabile nazionale nel 2000/2001. La mia opera ha cercato di adeguare il suo lavoro nella continuità, in più ho provato ad aggiungere propedeuticità alla pallacanestro senza tradire i principi del gioco minibasket.”
Di che salute gode il minibasket in Italia e, più in particolare, in Sicilia?
“Sta molto bene, possiamo contare su numeri in aumento sia nella penisola che in questa regione. I bambini iscritti sono ben 135 mila. Al di là del fattore statistico il problema è un altro che abbiamo già accennato: bisogna far passare la cultura del gioco-sport educativo, ci sono troppo spesso esasperazioni da parte di genitori e società sportive che fanno male ai ragazzi. Tornando alla Sicilia ho notato una peculiare diffusione a macchia di leopardo, alcune province sono molto più avanti altre, manca l’omogeneità.”
Abbiamo incontrato Maurizio Cremonini, il guru del minibasket italiano, responsabile nazionale del settore dal 2000. Un accento lombardo con venature che parrebbero romagnole accarezza le sue parole, sempre sicure e mosse dal vento della passione per questo sport. Parla liberamente con noi di RealBasket Sicilia.
Innanzi tutto, chi è Maurizio Cremonini?
“E’ un istruttore di minibasket che ha 35 anni di pallacanestro alle spalle. Sono partito, all’inverso rispetto ai più, dal basket senior, allenando prime squadre in serie B negli anni ’70-’80; per la prima volta, quando avevo 21 anni a Brescia, casa mia. Poi ho lavorato in settori giovanili di società della massima serie. Solo in un momento successiva mi sono dedicato in maniera esclusiva al minibasket. Come detto, è un percorso particolare e diverso dall’ordinario, solitamente si fa gavetta con i ragazzi per poi passare ai senior. Io invece mi dedico al minibasket facendo tesoro di un bagaglio articolato e variegato che ho accumulato negli anni.”
Quale identità e che caratteristiche dovrebbe avere il minibasket?
“Il minibasket nasce negli Stati Uniti e si diffonde in Italia negli anni ’60, tra l’altro il periodo in cui il piccolo Maurizio Cremonini si avvicina alla palla a spicchi. Nei primi anni il minibasket era considerato una “piccola pallacanestro”, con le sue stesse identiche caratteristiche. Solo con il tempo acquista una sua identità autonoma, ovvero quella di un gioco-sport in cui è il bambino ad essere protagonista. Si tratta di un percorso lento e progressivo non ancora ultimato che è estremamente difficile da assimilare.”
Troppo spesso si vede questo sport che tradisce i suoi principi, il bambino viene trasformato in uno strumento per un risultato. Per quali ragioni?
“Sono la cultura di sensibilità e attenzione verso i bambini ad essere fondamentali per fare un buon minibasket, e noi non sempre abbiamo questi due elementi. Il percorso è molto lungo ed è soprattutto di natura socio-culturale, però sono convinto si stia migliorando. Devo dire che negli altri paesi europei il minibasket come sport autonomo non esiste , ad eccezione della Spagna, però le altre nazioni possono contare sul ruolo fondamentale dell’educazione motoria. E’ un fattore molto importante che in Italia sottovalutiamo drammaticamente.”
Come nasce il rapporto di Maurizio Cremonini con la Federbasket?
“Inizio ad avere un rapporto il settore circa 15 anni fa, diventando collaboratore del prof. Mondoni, il cui approccio era molto articolato, condito da grande professionalità. Prendo poi il suo posto come responsabile nazionale nel 2000/2001. La mia opera ha cercato di adeguare il suo lavoro nella continuità, in più ho provato ad aggiungere propedeuticità alla pallacanestro senza tradire i principi del gioco minibasket.”
Di che salute gode il minibasket in Italia e, più in particolare, in Sicilia?
“Sta molto bene, possiamo contare su numeri in aumento sia nella penisola che in questa regione. I bambini iscritti sono ben 135 mila. Al di là del fattore statistico il problema è un altro che abbiamo già accennato: bisogna far passare la cultura del gioco-sport educativo, ci sono troppo spesso esasperazioni da parte di genitori e società sportive che fanno male ai ragazzi. Tornando alla Sicilia ho notato una peculiare diffusione a macchia di leopardo, alcune province sono molto più avanti altre, manca l’omogeneità.”
martedì 4 settembre 2007
Jamboree Roma 2007
Scritto dall'Istruttore Nazionale Federico Gatti che rappresentava l'Emilia Romagna
Ore 10.30 di domenica 26 agosto. La rappresentativa Emilia Romagna si incontra alla stazione di Bologna. Inizia il Jamboree!!
Ci aspettano 3 treni e 5 ore di viaggio per arrivare alla stazione di Bracciano e quando vedo la valigia-casa di Rachele comincio a nutrire seri dubbi sulla buona riuscita del trasferimento. Rachele di Rimini è una manifestazione di energia pura (non sempre troppo controllabile…) ed è stata immediatamente eletta capitana del gruppo. Per risolvere il primo problema logistico abbiamo fatto cambio valigia (la mia prevedeva 2 calzini, 3 mutande e tanta fiducia nel materiale che ci avrebbero dato) così ho avuto l’occasione di fare un po’ di palestra con la sua.
Per 5 ore non c’è stato un secondo di silenzio (mi scuso coi vicini di posto) e quando siamo scesi a Bracciano eravamo già un gruppo affiatato. Giulia di Piacenza che si è sciolta nel corso della settimana, ma ha recuperato abbondantemente i primi giorni di timidezza. Simone di Parma che ha riso ininterrottamente per 6 giorni sfiorando il guinness dei primati. Fabio di Reggio, Andrea di Bologna e Matteo di Ferrara ognuno di loro unico nel modo di giocare, divertirsi e fare amicizia.
Il primo pomeriggio ce lo godiamo in piscina. Alla sesta volta che il bagnino richiama i miei (fra un tentativo di annegamento e un tuffo multiplo) intuisco che il premio comportamento è fuori dalla nostra portata.
Da questo momento in poi è un susseguirsi incalzante di emozioni crescenti che ci accompagneranno per tutta la settimana senza darci il tempo di respirare.
Le partite di 3c3 sprint in palestra, ai giardini di Bracciano, sul molo di Anguillara, nel cortile di Vigna di Valle e sul terrazzo del Pincio con il suo panorama mozzafiato. Le gite a Roma, al museo dell’aeronautica e al castello di Bracciano che vi sembravano noiosissime (anche a me lo ammetto), ma che sono state comunque occasione di scherzare insieme. La partita della nazionale che in partita ci ha un po’ deluso, ma che emozione essere in campo a dare 5 ai giocatori e schierarci a fianco a loro durante gli inni! E per finire le serate in cui all’ora stabilita vi addormentavate nel silenzio della vostra stanza senza nemmeno che l’istruttore vi dovesse dire qualcosa. (Ah no? Non è andata così? Ma dai…).
Venerdì serata finale con la premiazione dei migliori in campo (noi siamo arrivati 14°) e dei migliori nel comportamento (penultimi…).
Poi la sequenza delle foto della settimana col sottofondo musicale che ci ha commosso tutti. Ognuno ha ripensato a quei momenti. Ognuno di noi ha percepito l’importanza delle amicizie, dei piccoli amori e di tutte le emozioni vissute.
E ancora adesso mentre scrivo mi sento stringere lo stomaco. Grazie a tutti quelli che c’erano.
Fede
Ore 10.30 di domenica 26 agosto. La rappresentativa Emilia Romagna si incontra alla stazione di Bologna. Inizia il Jamboree!!
Ci aspettano 3 treni e 5 ore di viaggio per arrivare alla stazione di Bracciano e quando vedo la valigia-casa di Rachele comincio a nutrire seri dubbi sulla buona riuscita del trasferimento. Rachele di Rimini è una manifestazione di energia pura (non sempre troppo controllabile…) ed è stata immediatamente eletta capitana del gruppo. Per risolvere il primo problema logistico abbiamo fatto cambio valigia (la mia prevedeva 2 calzini, 3 mutande e tanta fiducia nel materiale che ci avrebbero dato) così ho avuto l’occasione di fare un po’ di palestra con la sua.
Per 5 ore non c’è stato un secondo di silenzio (mi scuso coi vicini di posto) e quando siamo scesi a Bracciano eravamo già un gruppo affiatato. Giulia di Piacenza che si è sciolta nel corso della settimana, ma ha recuperato abbondantemente i primi giorni di timidezza. Simone di Parma che ha riso ininterrottamente per 6 giorni sfiorando il guinness dei primati. Fabio di Reggio, Andrea di Bologna e Matteo di Ferrara ognuno di loro unico nel modo di giocare, divertirsi e fare amicizia.
Il primo pomeriggio ce lo godiamo in piscina. Alla sesta volta che il bagnino richiama i miei (fra un tentativo di annegamento e un tuffo multiplo) intuisco che il premio comportamento è fuori dalla nostra portata.
Da questo momento in poi è un susseguirsi incalzante di emozioni crescenti che ci accompagneranno per tutta la settimana senza darci il tempo di respirare.
Le partite di 3c3 sprint in palestra, ai giardini di Bracciano, sul molo di Anguillara, nel cortile di Vigna di Valle e sul terrazzo del Pincio con il suo panorama mozzafiato. Le gite a Roma, al museo dell’aeronautica e al castello di Bracciano che vi sembravano noiosissime (anche a me lo ammetto), ma che sono state comunque occasione di scherzare insieme. La partita della nazionale che in partita ci ha un po’ deluso, ma che emozione essere in campo a dare 5 ai giocatori e schierarci a fianco a loro durante gli inni! E per finire le serate in cui all’ora stabilita vi addormentavate nel silenzio della vostra stanza senza nemmeno che l’istruttore vi dovesse dire qualcosa. (Ah no? Non è andata così? Ma dai…).
Venerdì serata finale con la premiazione dei migliori in campo (noi siamo arrivati 14°) e dei migliori nel comportamento (penultimi…).
Poi la sequenza delle foto della settimana col sottofondo musicale che ci ha commosso tutti. Ognuno ha ripensato a quei momenti. Ognuno di noi ha percepito l’importanza delle amicizie, dei piccoli amori e di tutte le emozioni vissute.
E ancora adesso mentre scrivo mi sento stringere lo stomaco. Grazie a tutti quelli che c’erano.
Fede
giovedì 30 agosto 2007
Quei Bulli di Genitori
Massimo Gramellini su La Stampa
Quando portavo a casa un brutto voto, poteva succedere che mio padre mi rifilasse un ceffone. Era un genitore all'antica: quelli moderni i ceffoni li danno al professore. I veri bulli sono loro. Tendono agguati ai presidi, prendono a testate gli insegnanti, minacciano di morte l'arbitro che ha annullato un gol alla squadretta di periferia in cui milita il pupo. Non si comportano da padri e madri, ma da fratelli maggiori. Mossi dall'unica preoccupazione di difendere l'onore della famiglia, oltraggiato dai giudizi di un estraneo al quale non si riconosce più alcuna autorità.
Il codice a cui si ispirano è composto da un unico articolo: mio figlio ha sempre ragione. Se va male a scuola, la colpa è dei professori che non ne sanno esaltare il talento. Se la ragazzina lo fa soffrire, la colpa è di quella poco di buono e dei suoi genitori, che l'hanno tirata su così male. Se prende una multa in motorino, la colpa è del vigile che non ha multato anche il motorino del suo amico. E se alla partita di basket siede mestamente in panchina, la colpa è dell'allenatore che lo discrimina, preferendogli uno molto più scarso. La tendenza a considerare la prole un prolungamento vittimista del proprio ego era già assai sviluppata in passato. Ciò che le impediva di trasformarsi in violenza era il rispetto sacro del proprio ruolo e di quelli altrui. Una mamma convocata a scuola per discutere le attitudini manesche della figliola mai si sarebbe sognata di prendere a botte la preside, come invece è successo qualche giorno fa.
Non perché la preside avesse necessariamente ragione. Ma perché era la preside. E fare il genitore sovversivo veniva ancora considerata una contraddizione in termini, essendo il genitore l'archetipo di qualsiasi istituzione umana. Adesso si ragiona come nei clan e ogni critica ai figli e al modo di educarli viene vissuta come un'umiliazione da lavare col sangue. Non che ci si senta più responsabili di prima nei loro confronti. Ma non si è disposti a concedere ad altri il diritto di prendere una decisione che li faccia soffrire.
Quando portavo a casa un brutto voto, poteva succedere che mio padre mi rifilasse un ceffone. Era un genitore all'antica: quelli moderni i ceffoni li danno al professore. I veri bulli sono loro. Tendono agguati ai presidi, prendono a testate gli insegnanti, minacciano di morte l'arbitro che ha annullato un gol alla squadretta di periferia in cui milita il pupo. Non si comportano da padri e madri, ma da fratelli maggiori. Mossi dall'unica preoccupazione di difendere l'onore della famiglia, oltraggiato dai giudizi di un estraneo al quale non si riconosce più alcuna autorità.
Il codice a cui si ispirano è composto da un unico articolo: mio figlio ha sempre ragione. Se va male a scuola, la colpa è dei professori che non ne sanno esaltare il talento. Se la ragazzina lo fa soffrire, la colpa è di quella poco di buono e dei suoi genitori, che l'hanno tirata su così male. Se prende una multa in motorino, la colpa è del vigile che non ha multato anche il motorino del suo amico. E se alla partita di basket siede mestamente in panchina, la colpa è dell'allenatore che lo discrimina, preferendogli uno molto più scarso. La tendenza a considerare la prole un prolungamento vittimista del proprio ego era già assai sviluppata in passato. Ciò che le impediva di trasformarsi in violenza era il rispetto sacro del proprio ruolo e di quelli altrui. Una mamma convocata a scuola per discutere le attitudini manesche della figliola mai si sarebbe sognata di prendere a botte la preside, come invece è successo qualche giorno fa.
Non perché la preside avesse necessariamente ragione. Ma perché era la preside. E fare il genitore sovversivo veniva ancora considerata una contraddizione in termini, essendo il genitore l'archetipo di qualsiasi istituzione umana. Adesso si ragiona come nei clan e ogni critica ai figli e al modo di educarli viene vissuta come un'umiliazione da lavare col sangue. Non che ci si senta più responsabili di prima nei loro confronti. Ma non si è disposti a concedere ad altri il diritto di prendere una decisione che li faccia soffrire.
mercoledì 29 agosto 2007
C'era una volta...
Walter Bucci nell'introduzione de "L'educazione delle capacità motorie nel Minibasket: mezzi e metodi"
“Mamma voglio andare a giocare a basket”
Il volto di mia madre esprimeva tutta la sua incertezza su cosa fosse questo “basket”. E così, con una frase pronunciata come fosse uno dei desideri della lampada di Aladino, è iniziata la mia avventura nel mondo della palla a spicchi.
Perché il basket? Perché ho scelto questo sport e non un altro? Perché volevo far girare la palla su di un dito. Io adoravo far girare la palla sul mio dito indice come, in una vecchia reclame pubblicitaria di caramelle gommose, faceva un giocatore di basket. Quest’uomo nero altissimo, con tanto di capelli cotonati, faceva alcuni palleggi per poi terminare la sua evoluzione con la palla che girava sul dito indice, davanti agli occhi di un bambino dallo sguardo furbo che tendendogli una caramella diceva spavaldo: “mmm… sei bravo, ma riesci a mangiare una Fruit Joy senza masticarla?”.
E’ fantastico come l’approccio dei bambini ad uno sport sia l’attrazione per un particolare magari visto alla TV, che poco centra con lo sport in essere.
Il primo ricordo che ho delle mie lezioni di minibasket risalgono a due episodi accaduti in palestra in due contesti differenti: la lezione di minibasket in palestra con l’istruttore e a scuola con la maestra. Sicuramente due figure che hanno suscitato inconsciamente in me diverse aspettative per la mia attività futura. La memoria delle lezioni di Minibasket vanno a quella volta in cui l’istruttore durante un’interruzione nella partita di fine allenamento, per spiegare cosa stesse accadendo, io mi persi nei movimenti dei miei compagni. Tutto ad un tratto mi arrivò una pallonata in pieno volto. D’istinto mi voltai per vedere chi l’avesse tirata. E giratomi, i miei occhi colmi di lacrime, incontrarono lo sguardo dell’istruttore che disse: “Mille punti!”. Avevo ricevuto in faccia la palla perché ero distratto.
Il secondo episodio invece mi riporta alle lezioni di ginnastica dove la maestra durante una lezione ci mise a sedere sulla linea del tiro libero e chiamando un mio compagno disse: “Salvatore, tu che vai a lezione di basket facci vedere come bisogna tirare”. Tutti i miei compagni iniziarono a inneggiare: “Sal-va-to-re, Sal-va-to-re”. Il mio compagno si alzò, gonfio di orgoglio per le parole della maestra, prese la palla e tirò. Provò due o tre volte, ma non riuscì mai a fare canestro. Venne poi il mio turno, e anche io andavo a lezione di “basket”, ma la maestra probabilmente non lo sapeva, presi la palla e al primo tentativo feci canestro. Tornai a sedere con l’espressione del volto soddisfatta tutto gongolante tra gli “oooh” dei miei compagni.
Due episodi veramente memorabili.
Certo è, che da allora di tempo ne è passato ed io da semplice bambino frequentante i corsi di Minibasket sono passato dall’altra parte, diventando istruttore. Nel corso degli anni da giocatore ho pensato molto a cosa avrei fatto l’indomani nel mondo della palla a spicchi. Fin da subito mi dissi, se devo iniziare ad insegnare qualcosa voglio partire dall’entusiasmo con cui ho iniziato io, il giorno che inizierò ad allenare voglio diventare istruttore di Minibasket per trasmettere ciò che ho provato e provo io ogni volta che la palla mi gira sul dito indice.
Strada facendo mi sono accorto che i bambini hanno veramente entusiasmo da vendere, tuttavia rispetto a quando ero piccolo io, sono più statici, preferiscono la poltrona al cortile o al giardino, insomma sono il prodotto della generazione della Playstation.
E fare l’istruttore è tutt’altro che un semplice “far giocare” o “far divertire” i bambini che vengono in palestra, le lezioni devono mirare a far crescere i bambini dal punto di vista motorio, educarli a crescere motoriamente parlando. E allora la domanda che mi sono posto è: come fare per educare i bambini a migliorare le loro capacità motorie senza far diventare le lezioni al pari di una conferenza sulla fisica quantistica?
Una vera risposta non c’è, o meglio non ne esiste una sola. Da parte mia ho provato a darne una interpretazione personale, contagiata dalle molte cose che ho letto e dalle persone che ho incontrato e con cui ho scambiato pareri e opinioni, alle volte concordi e alle volte no, ma si sa, in uno scambio di idee le discussioni più fruttifere sono quelle dove si mette in discussione il proprio operato e le proprie convinzioni. Perché solo analizzando il proprio operato attraverso le critiche o le lodi di terze persone si può tentare di migliorare sempre di più il proprio lavoro.
“Mamma voglio andare a giocare a basket”
Il volto di mia madre esprimeva tutta la sua incertezza su cosa fosse questo “basket”. E così, con una frase pronunciata come fosse uno dei desideri della lampada di Aladino, è iniziata la mia avventura nel mondo della palla a spicchi.
Perché il basket? Perché ho scelto questo sport e non un altro? Perché volevo far girare la palla su di un dito. Io adoravo far girare la palla sul mio dito indice come, in una vecchia reclame pubblicitaria di caramelle gommose, faceva un giocatore di basket. Quest’uomo nero altissimo, con tanto di capelli cotonati, faceva alcuni palleggi per poi terminare la sua evoluzione con la palla che girava sul dito indice, davanti agli occhi di un bambino dallo sguardo furbo che tendendogli una caramella diceva spavaldo: “mmm… sei bravo, ma riesci a mangiare una Fruit Joy senza masticarla?”.
E’ fantastico come l’approccio dei bambini ad uno sport sia l’attrazione per un particolare magari visto alla TV, che poco centra con lo sport in essere.
Il primo ricordo che ho delle mie lezioni di minibasket risalgono a due episodi accaduti in palestra in due contesti differenti: la lezione di minibasket in palestra con l’istruttore e a scuola con la maestra. Sicuramente due figure che hanno suscitato inconsciamente in me diverse aspettative per la mia attività futura. La memoria delle lezioni di Minibasket vanno a quella volta in cui l’istruttore durante un’interruzione nella partita di fine allenamento, per spiegare cosa stesse accadendo, io mi persi nei movimenti dei miei compagni. Tutto ad un tratto mi arrivò una pallonata in pieno volto. D’istinto mi voltai per vedere chi l’avesse tirata. E giratomi, i miei occhi colmi di lacrime, incontrarono lo sguardo dell’istruttore che disse: “Mille punti!”. Avevo ricevuto in faccia la palla perché ero distratto.
Il secondo episodio invece mi riporta alle lezioni di ginnastica dove la maestra durante una lezione ci mise a sedere sulla linea del tiro libero e chiamando un mio compagno disse: “Salvatore, tu che vai a lezione di basket facci vedere come bisogna tirare”. Tutti i miei compagni iniziarono a inneggiare: “Sal-va-to-re, Sal-va-to-re”. Il mio compagno si alzò, gonfio di orgoglio per le parole della maestra, prese la palla e tirò. Provò due o tre volte, ma non riuscì mai a fare canestro. Venne poi il mio turno, e anche io andavo a lezione di “basket”, ma la maestra probabilmente non lo sapeva, presi la palla e al primo tentativo feci canestro. Tornai a sedere con l’espressione del volto soddisfatta tutto gongolante tra gli “oooh” dei miei compagni.
Due episodi veramente memorabili.
Certo è, che da allora di tempo ne è passato ed io da semplice bambino frequentante i corsi di Minibasket sono passato dall’altra parte, diventando istruttore. Nel corso degli anni da giocatore ho pensato molto a cosa avrei fatto l’indomani nel mondo della palla a spicchi. Fin da subito mi dissi, se devo iniziare ad insegnare qualcosa voglio partire dall’entusiasmo con cui ho iniziato io, il giorno che inizierò ad allenare voglio diventare istruttore di Minibasket per trasmettere ciò che ho provato e provo io ogni volta che la palla mi gira sul dito indice.
Strada facendo mi sono accorto che i bambini hanno veramente entusiasmo da vendere, tuttavia rispetto a quando ero piccolo io, sono più statici, preferiscono la poltrona al cortile o al giardino, insomma sono il prodotto della generazione della Playstation.
E fare l’istruttore è tutt’altro che un semplice “far giocare” o “far divertire” i bambini che vengono in palestra, le lezioni devono mirare a far crescere i bambini dal punto di vista motorio, educarli a crescere motoriamente parlando. E allora la domanda che mi sono posto è: come fare per educare i bambini a migliorare le loro capacità motorie senza far diventare le lezioni al pari di una conferenza sulla fisica quantistica?
Una vera risposta non c’è, o meglio non ne esiste una sola. Da parte mia ho provato a darne una interpretazione personale, contagiata dalle molte cose che ho letto e dalle persone che ho incontrato e con cui ho scambiato pareri e opinioni, alle volte concordi e alle volte no, ma si sa, in uno scambio di idee le discussioni più fruttifere sono quelle dove si mette in discussione il proprio operato e le proprie convinzioni. Perché solo analizzando il proprio operato attraverso le critiche o le lodi di terze persone si può tentare di migliorare sempre di più il proprio lavoro.
Iscriviti a:
Post (Atom)