venerdì 2 novembre 2007

Come difendersi dai genitori ultrà

Tratto da Gazzetta dello Sport (26 ottobre, 2007) articolo di Mabel Bocchi

Un problema per tanti bambini che fanno sport a tutti i livelli
L' incapacità di educare alla cultura della sconfitta porta a perdere nella vita

Partite giovanili: risse, bestemmie, offese gratuite, perenni conflitti tra arbitri e genitori con questi ultimi che non si rassegnano al ruolo di spettatori e che, addirittura, ripudiano quello di educatori. Il fenomeno dei genitori-tifosi, che spesso oltrepassano il limite della decenza, è in crescita esponenziale. Ma come mai? Una risposta la fornisce Annamaria Meterangelis, ex nazionale jr di basket, psicologa e docente di Psicobiologia dello sport a Cassino. «Tutti vogliono vincere e una sconfitta nello sport viene vissuta come se fosse una sconfitta nella vita. Ora vige la legge della prevaricazione, della prepotenza della conquista facile e, di fronte alla sconfitta, si vivono drammi esagerati». DISTURBI DI CRESCITA Molti genitori non riescono ad accettare che i loro figli si divertano, si confrontino correttamente e, perché no, perdano. Il partito dei genitori che vogliono la vittoria a tutti i costi è purtroppo prevalente e così ci ritroviamo in campo undicenni che, scimmiottando i campioni, inscenano simulazioni, insultano compagni, avversari e arbitri, provocano scontri. Ma le conseguenze di simili atteggiamenti non si limitano a questi siparietti più o meno squallidi. Famiglie e genitori «disturbati» produrranno bambini e poi adulti disadattati. E atleti incapaci di affrontare le ansie della gara e l' estrema aleatorietà che permea tutto il fatto sportivo. In poche parole, atleti perdenti. «È ormai accertato in psicologia che, per una crescita equilibrata, occorre avere interiorizzato la certezza dell' amore materno e una sana identificazione emulativa con l' immagine paterna. Viceversa eccessiva severità o permissività, rifiuto o alienazione esercitano un' incidenza negativa sulla personalità in evoluzione». LA CULTURA DELLA SCONFITTA Lo sport serve perché s' impara oltre che a vincere anche e soprattutto a perdere e vincere vuol dire impegnarsi al meglio, affrontare le difficoltà impreviste. «Una "sana" cultura della sconfitta ha dentro di sé alcuni valori formativi, poiché costituisce l' occasione per rielaborare "vissuti" esperienziali - precisa Meterangelis - con la consapevolezza che ci saranno altre occasioni per sperimentarsi. Lealtà, solidarietà, sacrificio, rispetto delle regole e dell' avversario, accettazione della sconfitta sono valori che stimolano e regolano il proprio comportamento, che insegnano a gestire emozioni ed affettività, che contribuiscono a migliorare la relazione con se stessi e con gli altri, aiutano la costruzione dell' autostima e conducono in modo naturale a una maturità consapevole ed equilibrata».